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La fotografia che correda questo articolo è stata
scattata nelle Langhe, tra le province di Asti e Cuneo. Al di là della
dolcezza dei clivi che ricordano il nostro Molise, è legittimo chiedersi
cosa c’entri questa immagine con noi. Se ne avete voglia, seguitemi e
lo spiegherò...
Qualche tempo fa, in occasione di un fugace ritorno a Monacilioni dopo
diversi anni di assenza di cui addirittura scrissi in un librino, mi
ritrovai a fare una riflessione su una questione alla quale però non
seppi dare una conclusione, e ancora oggi mi capita di fermarmi a
pensarci e ad arrovellarmi…
Rivedere dopo tanti anni il paese, mia cugina e alcuni cari amici e
paesani, sollecitò la mia memoria a ricostruire e ripercorrere piccoli e
grandi ricordi, e mi provocò una forte reazione emotiva…
“La terra delle origini è bellezza per il turista e amarezza per il
nativo”, confessai a me stesso, consapevole che le sensazioni restituite
dai ricordi di una terra e di un tempo andato sono una cosa molto
diversa dalle esperienze che si maturano vivendoci come residente, e che
– sempre – il tempo cambia percezioni, sentimenti, persone e anche i
luoghi. Per questo, non può essere la nostalgia a "darci pace", a
“salvarci”, né l’ “apologia” di un luogo del cuore – il Molise – che
forse non c’è più, e che forse è rimasto solo dentro di noi. Ma mentre
il Molise, avendo fatto a meno di me per tutto questo tempo può
tranquillamente continuare così, sono io, forse, ad aver bisogno del
Molise…
Se c’è qualcosa che forse ci può ancora salvare, non è la nostalgia, ma
la memoria. O meglio, il ricordo del momento in cui la nostra buona fede
e la nostra innocenza toccarono il punto più alto, quando il nostro
Angelo Nero fece pace con il nostro Angelo Bianco. La nostalgia ti
illude, ti confonde, ti ubriaca e ti fotte, ma la memoria forse ti dà,
se quel momento è davvero esistito, la possibilità di tornare a credere
che sia possibile riviverlo.
Risucchiato dai ricordi, durante quel fugace ritorno fui felice di
ritrovare luoghi e atmosfere che, nonostante tutto, avevano resistito ed
erano ancora in grado di rievocare quel momento. Come spesso capita,
però, ad una felicità ritrovata corrisponde la paura di perderla di
nuovo o, peggio, il terrore di perderla per sempre. Pensai: come mi
sentirei se questi luoghi e queste atmosfere, fatalmente, si perdessero
definitivamente?
Schiacciato tra il desiderio che i nostri posti del cuore restino per
sempre fermi e “compatibili” con i nostri ricordi più belli e
struggenti, e l’auspicio che invece si trasformino per conformarsi alle
sensibilità dei tempi correnti e per meglio corrispondere agli “standard
della civiltà attuale”, mi esplose tra le mani “Il Dilemma”, a cui
ancora oggi non so dare una soluzione...
Temevo si trattasse di una mia cervellotica elucubrazione personale, ma
navigando su Internet mi sono imbattuto in una riflessione del mio amico
Carlo che mi è sembrata essere sullo stesso “registro”, sulla stessa
lunghezza d’onda, e la cosa mi ha confortato: non sono solo io – ho
pensato – a soffrire di questa curiosa sindrome indotta dall’incedere
del tempo e che trasforma tante persone in perfetti vecchi babbei...
Le riflessioni e la scrittura di Carlo, a volte, seguono percorsi che
sembrano scorbutici, ma alla fine regalano sempre una carezza, un
pannicello caldo per l’anima, ovviamente per chi ne ha ancora una. Così,
dalla sua riflessione ho tratto forza per scriverne una anch’io, e poi
perfino per non tenerla per me, per raccontarla a chi viene dopo di noi,
per provare a trasmettere quanto sia importante far sì che il
cambiamento, se è proprio ineluttabile, sia... almeno lento.
Perché se l’evoluzione, le trasformazioni e i cambiamenti sono veloci e
repentini, a volte possono non darci nemmeno il tempo per adeguarci e
abituarci, ma è anche peggio se ci incalzano fino a toglierci il fiato e
sottrarci il tempo per capire che ci stanno uccidendo, che stanno
uccidendo la nostra storia e i nostri sentimenti. E che quando accade
questo, spesso e purtroppo non è per caso.
Ma veniamo a Carlo. Lui è originario delle Langhe, e così finalmente si
spiega la fotografia! Se avete presente, le Langhe sono quella zona del
Piemonte appena sotto la provincia di Torino e a cavallo tra le province
di Asti e Cuneo. Le Langhe sono famose per il tartufo bianco, il vino e
il formaggio, e i paesi più famosi sono Alba, Dogliani, Bra, Barbaresco
e Pollenzo, dove tra l’altro ha sede l'Università del Gusto, il "regno"
di Carlin Petrini fondatore di “Slow Food", l'associazione
internazionale che promuove una cultura alimentare basata sulla
biodiversità e sulle produzioni naturali in piccola scala. Fino a
quaranta-cinquant’anni fa, le Langhe erano come e peggio di tanta parte
d’Italia: disperate e con le pezze al culo, emissarie di tanta
emigrazione. Oggi sono… “una ridente regione ricca di spunti per un
turismo intelligente”.
Ecco, è così che ne scrive Carlo…
«Quand'ero bambino e andavo a trovare i parenti ad Alba e nelle
Langhe, era tutto una meraviglia, un avventuroso viaggio in un mondo
fiabesco. Oggi che ci torno, provo un senso di disagio profondissimo.
Certo non sono più un bambino – e quindi la meraviglia non mi viene più
così facile – ma altrettanto certo è che quei luoghi sono stati levigati
da un'enorme pialla e poi rivestiti di plastica. Questa è l'immagine
che mi è venuta in mente. La pialla sono i soldi. La plastica è il
“dress code” di tutti i luoghi che improvvisamente si ritrovano a
maneggiare ricchezza e gente varia che, da tutto il mondo e spesso con
la leggerezza delle “suv porche” con cui arrivano, vogliono consumare
tutto il consumabile: cibo, paesaggi e tutto il resto. La puoi girare
come vuoi, ma è un “dress code” di merda, messo su alla veloce e alla
bell’e meglio, quindi una roba fondamentalmente da cafonazzi, un “dress
code” che impone di radere al suolo una trattoria per trasformarla nella
parodia di un ristorantino milanese, per dirne una. Io e mio zio – mio
zio è uguale a mio padre, cosa che mi ha messo addosso una nostalgia
fortissima – abbiamo fatto una passeggiata dentro quella bolla ovattata,
in mezzo a tutta quella borghesia formattata e ai turisti con la
bustina porta-bicchiere appesa al collo. Quando gli ho chiesto cosa
pensasse di quest'atmosfera quasi surreale mi ha detto: non mi ci
riconosco più in questi posti. E mi sembrava molto smarrito.
Allora io dico (dopo aver enunciato l'ovvio, la chiusa moralista alla
Savonarola non me la nego mai): avete venduto la vostra anima per una
polo ralph lauren: bravi scemi. Prima o poi vi mancherà, la vostra
anima. E aggiungo: come mi stanno simpatici quelli che maltrattano i
turisti, che non danno servizi, che rifiutano di parlare la tua lingua,
che si tengono stretto il porro viola sulla punta del naso e il loro bar
pulcioso con i vetri pieni di cacche di mosca».
Ecco. Il Dilemma è tutto in queste parole, e Carlo ha saputo metterle insieme alla grande.
Ciò nonostante, io ancora non riesco a trovargli una soluzione, a questo
Dilemma, però mi sento di dire una cosa a chi verrà “dopo”. Si tratta
certamente di un’ovvietà moraleggiante alla Savonarola come dice Carlo,
ma mi sono convinto che a forza di ometterli perché ovvi, certi pensieri
rischiamo di sotterrarli nell’oblio con le nostre stesse mani…
Non possiamo fermarlo ed è giusto che il mondo vada avanti a immagine e
somiglianza di chi lo vive, ma non facciamoci prendere dal fervore della
modernità e dalla velocità. La velocità potrebbe trasfigurarci, e noi
rischieremmo di non sapere più a chi assomigliare né chi essere.
Ecco, forse anche la lentezza potrebbe "salvarci", insieme alla memoria...
Luigi
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