Vi ricordate l’ “eterno dilemma”? Ne abbiamo già
parlato almeno un altro paio di volte, a partire da alcuni spunti, e
abbiamo scambiato qualche civile battuta sui “social” in occasione della
pubblicazione di qualche articolo. E’ la questione che riguarda ciò che
i nostri piccoli paesi e le nostre comunità potrebbero o dovrebbero
fare per ritrovare una prospettiva di futuro, ovvero se per esse
possiamo immaginare nuovi modelli sociali o dobbiamo invece per forza
lasciarci sopraffare da un “ineluttabile destino” di lento declino, se
possiamo sperare in nuovi sviluppi delle zone rurali oppure dobbiamo
rassegnarci alla loro inesorabile asfissia a favore della logica delle
metropoli.
Ebbene, pare che questo “dilemma” sia stato affrontato – o quanto meno
trattato – anche a livello istituzionale, non già in forma di dibattito,
bensì di programma di azioni e interventi, descritti in un documento
governativo intitolato “Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne
2021-2027”.
Ne ha parlato “Il Fatto Quotidiano” in un articolo pubblicato il 30
giugno e, stando a quanto riportato, sembrerebbe che il Piano ponga la
questione in termini alquanto drastici, tali da sollevare molte domande,
perplessità e preoccupazioni…
Il PSNAI (acronimo del nome del documento) è stato approvato a marzo di
quest’anno ma è stato reso noto solo a metà giugno. Già solo questa cosa
basterebbe per suscitare qualche interrogativo, ma è il modo in cui
quel “dilemma” viene descritto e “risolto” che andrebbe come minimo
discusso e chiarito, perché ciò che prospetta non ci fa dormire sonni
tranquilli e non può piacerci. In estrema sintesi, il suo messaggio è:
se le aree interne non possono essere “salvate”, devono essere
accompagnate al declino. Il termine è inequivocabile e, seppure
“dignitoso”, come dice il documento, più che di declino sarebbe forse
appropriato parlare di eutanasia, senza tanti giri di parole.
Abbiamo recuperato il documento (reperibile sul sito del Governo oppure cliccando qui)
e lo abbiamo letto, ma la cosa importante sarebbe che fosse portato
all’attenzione di ogni singola amministrazione coinvolta per consentire
un’attenta analisi e valutazione insieme con le relative comunità
locali, peraltro puntualmente elencate in un allegato.
Va detto che il documento, da un lato, lascia trasparire una discreta
conoscenza della complessità e delle problematiche del territorio, così
come una buona consapevolezza delle priorità degli interventi
(occupazione, servizi sociali, sanità, abitazione, istruzione, economia,
valorizzazione delle tradizioni) per attenuarne le sofferenze, ma
dall’altro non è completamente chiaro se, come, dove e in che misura si
intendano applicare e attuare le “contromisure” per la risoluzione delle
criticità più acute.
Prima di esprimere un nostro parere, vogliamo citare quanto scritto da
Alfonso Scarano, l’autore dell’articolo pubblicato su “Il Fatto”. Per
comodità, ne riportiamo di seguito il testo integrale per chi avesse
difficoltà a leggerlo dall’immagine.
“C’è un passaggio, in un documento ministeriale pubblicato quasi
in sordina all’inizio dell’estate, che dovrebbe far tremare le
fondamenta della nostra Repubblica. È una frase contenuta a pagina 45
del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027
(PSNAI), approvato con grande ritardo e redatto tra le nebbie dei
dipartimenti centrali. Si trova nell’“obiettivo 4: Accompagnamento in un
percorso di spopolamento irreversibile”. E recita: “Queste aree non
possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno
essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le
accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”.
Non è una battuta, né un refuso. È la nuova linea di indirizzo
strategico dello Stato verso centinaia di Comuni italiani, per lo più
montani, collinari o rurali. Si tratta di un cambio di paradigma
silenzioso ma devastante: si rinuncia ufficialmente all’idea di
invertire la tendenza allo spopolamento. Si pianifica il declino. Lo si
accompagna. Lo si normalizza.
Per capire la portata della questione, bisogna risalire alla definizione
di Aree Interne: sono quasi 4.000 Comuni italiani, sparsi in ogni
regione, che si trovano lontani dai centri dove si concentrano servizi
essenziali come sanità, istruzione e mobilità. Coinvolgono oltre 13
milioni di cittadini, il 23% della popolazione, distribuiti su quasi il
60% del territorio nazionale. In pratica, l’Italia profonda. Quella che
custodisce boschi, pascoli, acque, borghi storici, comunità coese. E che
oggi si vede diagnosticare una malattia terminale.
Nel PSNAI, approvato nel marzo 2025 ma diffuso solo ora, lo Stato compie
una distinzione netta tra territori rilanciabili e territori senza
speranza. I secondi, si legge, hanno una struttura demografica
compromessa, con popolazione in forte declino e basse prospettive di
sviluppo. E quindi, si conclude, non possono avere obiettivi di
rilancio. Ma cosa significa, in pratica? Significa che non si investirà
più per trattenere giovani o attrarne di nuovi. Che non si costruiranno
più servizi in quei luoghi. Che si pianificherà una dignitosa decadenza:
un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non
opportunità né speranza.
Un gruppo di studiosi, amministratori e attivisti, riuniti il 12 giugno
dal CERSTE, ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: questo
documento è un verdetto, non una strategia. E viola in spirito
l’articolo 3 della Costituzione, là dove parla dell’impegno della
Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la
partecipazione di tutti i cittadini. Invece di rimuoverli, li si
consacra. Si adottano criteri tecnici tempi di percorrenza, densità,
indicatori statistici che ignorano la realtà sociale e culturale dei
luoghi. Si dimentica che molte fragilità sono state indotte da scelte
politiche e tagli strutturali. Che non si può misurare la vitalità di un
borgo solo coi numeri dell’anagrafe.
Le implicazioni economiche sono enormi. Si accentua la polarizzazione
tra città affollate e campagne abbandonate. Si crea un’Italia a doppia
velocità dove le periferie non sono più nemmeno oggetto di recupero, ma
di gestione passiva. Eppure, proprio in quei territori ci sarebbero
opportunità strategiche: agricoltura sostenibile, turismo lento, energie
rinnovabili, coesione sociale, difesa idro-geologica. Il paradosso è
che nel resto d’Europa, dalla Francia ai Paesi nordici, le aree rurali
sono oggetto di investimenti e valorizzazione. Hanno rappresentanza
istituzionale, accesso a fondi dedicati, programmi a lungo termine. In
Italia, invece, si preferisce accompagnare al tramonto. Non è solo un
errore tecnico. È un messaggio devastante: Non contate più. È anche una
questione di dignità: le comunità che resistono nelle Aree Interne non
vogliono compassione. Vogliono giustizia, possibilità, strumenti. Questo
è il punto che il PSNAI ignora. Le Aree Interne non sono solo problemi
da contenere, come pare emergere dal documento. Sono risorse da
liberare.
E se l’Italia vuole davvero essere una nazione coesa, deve smettere di
pensare in termini di resa amministrativa e tornare a fare politica, nel
senso più alto: ascoltare, valorizzare, scegliere. Perché un Paese che
dichiara la fine di sé stesso, un borgo alla volta, sta smettendo di
essere una Repubblica.”
Il parere di Alfonso Scarano è drastico e definitivo, ma altrettanto
drastico, definitivo e inequivocabile ci sembra il “famigerato” passaggo
di pagina 45, che non ammette interpretazioni.
Ciò che ci sembra invece necessariamente da chiarire, è come venga
perseguito l’obiettivo apertamente dichiarato di accompagnamento al
declino, visto che tutto il resto del documento parla di azioni e
interventi di “contromisura”. Impossibile allontanare il sospetto che le
modalità di attuazione dei provvedimenti prevedano in sottotraccia una
tattica strisciante tra il detto e il non detto per perseguire
l’obiettivo strategico ben dichiarato, una cosa che, per la politica
nostrana, non sarebbe purtroppo una novità inaspettata.
Troppe cose da chiarire e troppo importanti per non parlarne
direttamente con le amministrazioni locali e con le popolazioni
interessate, come peraltro il documento prevede per condividere i
principi guida. Ci auguriamo che la discussione sia già stata avviata
oppure che sia in atto un programma di consultazioni, ma la totale
assenza di dibattito attorno ad una cosa così grossa e così importante
ci procura qualche dubbio in merito. Se abbiamo ragione, se davvero le
autorità locali interessate non sono ancora state coinvolte, ci
auguriamo che questo nostro scritto contribuisca ad alzare il livello di
attenzione, foss’anche solo come una goccia nel mare, e sarebbe già
qualcosa.
Tra le “Aree Interne” molisane che il PSNAI ritiene destinate al
declino, figura prevedibilmente anche quella del Comune di Monacilioni,
ma i criteri di classificazione costituiscono uno dei tanti punti che
andrebbero certamente chiariti, perché nella stessa lista sono compresi
Comuni che non sembrerebbero affatto in sofferenza mentre altri che si
direbbero navigare nelle nostre stesse acque ne risultano invece
esclusi.
Se l’allarme lanciato da “Il Fatto Quotidiano” si rivelasse fondato, il
Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne costituirebbe a nostro
avviso il segno (se mai ce ne fosse ancora bisogno) del definitivo
fallimento del modello di società come l’abbiamo inteso fino ad oggi,
quello basato su un’idea economicistica secondo cui ogni cosa funziona
solo se “rende”, che pone l’aspetto economico e finanziario al di sopra
di tutto, che considera cartina tornasole del successo personale e
sociale il profitto e la ricchezza, che attribuisce a chi non sta al
passo con questa logica o non la ritiene la “migliore possibile” la
colpa del suo proprio svantaggio, che sottovaluta o trascura l’immensa
ricchezza dei valori immateriali costituiti dalle differenze, dalle
tradizioni e dalla spiritualità. Una società ipocrita che da un lato
decanta le differenze culturali e difende l’eccentricità dichiarandosene
affascinata, ma nei fatti le distrugge perseguendo come uno
schiacciasassi l’omologazione, la legge dei grandi numeri e
l’accentramento delle ricchezze che tutto giustifica, perpetuando il
modello della centralizzazione a favore delle metropoli, che è poi la
declinazione nei nostri tempi dell’antica formula dello sfruttamento che
“tanto bene” ha fatto all’umanità...
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